La violenza, la vittima e l’eroe
Sono passati più di dieci giorni da quando, il 2 febbraio, in una strada di Aulnay-sous-Bois, un comune di 80mila abitanti alle porte di Parigi, Théo, un ragazzo di 22 anni, viene fermato dalla polizia durante un controllo. Il ragazzo si dimena, si preoccupa, ma è svelto a pensare. Sa come possono andare, talvolta, le cose durante i fermi delle forze dell’ordine nel suo quartiere e così, dal vicolo dove è stato bloccato, riesce a scappar via.
Sa di non poter sfuggire agli agenti che lo circondano, ma almeno – pensa – posso far sì che ciò che accadrà venga registrato. E così accade. Le telecamere filmano botte, calci e la violenza, uno stupro eseguito con il manganello. Finito il pestaggio, il ragazzo viene fatto rialzare. Barcolla. Gli agenti lo tirano e lo strattonano fino alla volante e lo portano in commissariato. Ma il ragazzo è ferito, ha bisogno di cure mediche. Lo fanno controllare e gli riscontrano ferite e lesioni compatibili con quanto da lui denunciato, con una prognosi di 60 giorni. Per chi ancora non gli credeva, ci sono le immagini della violenza, che hanno indignato il quartiere e la Francia intera.
Come una miccia, il sopruso degli agenti – incriminati, uno, per stupro, e altri tre per violenze di gruppo – ha fatto esplodere la rabbia mai sopita degli abitanti di alcune banlieue, quelle periferie dell’hinterland parigino, ma anche di Lione e di Montpellier, dove vivono stranieri, poveri, pregiudicati, talvolta esclusi ed insofferenti. E qui, avviene ciò che non ti aspetti. Théo, ancora ferito e dolorante, dal suo letto di ospedale chiede di fermare le violenze. «So quello che sta accadendo. Amo la mia città – ha detto il giovane in un messaggio – e quando tornerò vorrei ritrovarla come l’ho lasciata. Quindi, ragazzi, stop alla guerra. Pregate per me». Per calmare le acque, il presidente Hollande, da mesi quasi assente dalla scena pubblica, si è recato da Théo per assicurargli che giustizia sarà fatta. È vero, le forze dell’ordine sono costrette ogni giorno a lavorare in condizioni difficilissime, facendo un lavoro frustrante e malpagato, ma quanto è accaduto è inamissibile e lo ammettono tutti o quasi, se escludiamo chi – per motivi di propaganda elettorale, come la leader del Front National Marine Le Pen – difende gli agenti senza sé e senza ma.
Ma la storia non finisce qui. Dopo più di dieci giorni da quel 2 febbraio, in alcune banlieues parigine la tensione è ancora altissima. Vengono bruciati alcuni autobus e delle auto della polizia. La rabbia di chi si sente abbandonato dalle istituzioni e si sente considerato solo in occasione delle elezioni o durante i controlli delle forze dell’ordine cresce. Da Aulnay ad Argenteuil i roghi vengono appiccati, ma in questo comune dell’Île-de-France si rischia la tragedia.
Dopo aver incendiato dei bidoni della spazzatura, alcuni manifestanti hanno attaccato un’auto di passaggio, con a bordo una donna e i figli di 2 e 7 anni. Spingono l’utilitaria: vogliono ribaltarla e incendiarla. Le fiamme lambiscono la vettura: la donna sembra paralizzata dalla paura. Poi si scuote, afferra il figlioletto di due anni e riesce ad uscire. Ma nell’auto, terrorizzata, rimane una bimba di 7 anni. Rischia di morire e nessuno l’aiuta.
Fino all’arrivo di Emmanuel, 16 anni. «Per 15 secondi – racconterà poi il sedicenne – rimango fermo, non so cosa fare. Poi mi dico che ho una sorella piccola anch’io, allora smetto di riflettere ed è una cosa istintiva, cerco di tirarla fuori. Chiedo aiuto, ma nessuno si muove. Finalmente riesco a sganciare le cinture di sicurezza e la strappo via, la tengo in braccio e corro al di là del cordone di sicurezza della polizia, tra i lacrimogeni e le pietre che continuano a cadere». L’auto, capovolta, è rimasta carbonizzata. Ma la bambina è salva, grazie ad un ragazzo di 16 anni che già viene definito eroe, ma che ha detto soltanto “no” alla violenza.