La fantascienza umana

A volte vi si può leggere il presente in maniera più interessante rispetto al cinema cosiddetto sociologico – spesso di commedia – quello che registra direttamente la realtà, correndo però il rischio, a volte, di farsi superficiale didascalia. Arrival, del canadese Denis Villeneuve, è davvero un buon film, che attraverso il suo genere – la fantascienza – riesce a veicolare argomenti decisamente importanti. Parla di noi umani, dei guai che viviamo da sempre, della guerra, ad esempio, e di ciò che in questo momento è di dolorosa attualità: lo straniero. Parla, soprattutto, di ciò che può salvarci la vita: la lingua, intesa come capacità di comunicare e conoscersi, del suo essere arma che abbatte distanze e paura. In diversi angoli del pianeta – racconta in grande sintesi la trama del film – sono pronte ad ancorare dodici grandi navi aliene, e una donna, la linguista Louise Banks (interpretata dalla sempre bravissima Amy Adams), ha il compito di entrare in comunicazione con i potenziali invasori, con gli sconosciuti per eccellenza. Dovrà capire quali siano le loro intenzioni e girare prontamente alla politica e agli eserciti – al potere, insomma – i risultati della sua indagine. Occorre del tempo perché la diversità e la distanza comunicativa vengano risolte, e in quell’intervallo drammatico va a inserirsi la violenza. Luoise imparerà che ad ogni modo di comunicare corrisponde un modo di pensare, e questo è fondamentale per comprendere davvero l’altro, per entrare in una relazione autentica con lui. Pacifica e feconda. Arrival è un film importante, per contenuti e per bellezza espressiva. È fantascienza d’autore, sci-fi umanistica, preziosa perché ottimistica, non tenebrosa e catastrofica.
Si inserisce in una lunga tradizione del genere fantascientifico ed ha delle assonanze con Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, dove gli alieni non erano esseri terribili e aggressivi, ma avevano voglia di conoscerci pacificamente. Anche nel film del maestro americano gli umani sapevano vincere la paura e riuscivano a stabilire un canale di comunicazione coi diversissimi turisti. Nel film di Spielberg, come in quello di Villeneuve, non c’era quella distopia che caratterizza molto spesso il cinema di fantascienza, ovvero una società del futuro immaginata come degradata e spaventosa, risultato delle nostre paure più che delle nostre speranze. Sono tanti i film, anche straordinari, che immaginano, pur con sfumature, conclusioni e percentuali diverse, un “futuro imperfetto”, come titola una interessante retrospettiva sul cinema di fantascienza distopica presentata proprio in questi giorni al Festival del cinema di Berlino.
Ci vorrebbe un libro, non un pezzo per elencare tutti i film distopici della storia del cinema. Eccone alcuni famosi, per intenderci, senza andare troppo in là con gli anni: L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, del 1995, dove gli umani vivono sottoterra per sfuggire a un virus letale, o I figli degli uomini di Alfonso Quaron, del 2006, dove siamo diventati sterili e la nostra specie rischia seriamente l’estinzione; o ancora Interstellar di Christopher Nolan, del 2014, che nella sua complessità contenutistica e strutturale, parte da una terra del futuro che è diventata arida e non produce più grano.
Oppure, ancora, due classici del cinema moderno: Blade runner di Ridley Scott, del 1982, e Matrix dei fratelli Wachowski, del 1999: entrambi su una società del domani inquietante e lugubre, in cui il rapporto uomo macchina è degenerato, e sono più i guai che nascono da questa relazione, piuttosto che i vantaggi. In entrambi i film si alza però un grido: il diritto alla vita nel primo e quello alla libertà nel secondo, dove alcuni ribelli combattono una società in cui le intelligenze artificiali hanno schiacciato l’uomo che le ha prodotte. La tendenza alla visione pessimistica del futuro non ha abbandonato il cinema di fantascienza recente, e visto i tempi che corrono è difficile pensare che lo farà nell’immediato. Per questo un film come Arrival fa tirare un sospiro di sollievo, offre una boccata di ossigeno e un raggio di sole. Fa piacere, per ciò, e fa sperare, che l’atteso sequel di Blade Runner, ovvero Blade Runner 2049, in uscita nel 2017, sia stato affidato proprio al regista Denis Villeneuve.