A proposito di antisemitismi e strumentalizzazioni

L’appello del 25 marzo di Giuseppe Conte agli ebrei italiani ha suscitato fra i destinatari un vespaio di proteste e, in politica, critiche da destra e da sinistra. Con un prevedibile corredo di strumentalizzazioni. La risposta di Noemi Di Segni, presidente dell’Ucei, risulta particolarmente interessante.
Noemi Di Segni, la presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, durante una cerimonia commemorativa. Roma, 07 ottobre 2024. Foto: ANSA/ETTORE FERRARI

Martedì 25 marzo, il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha pesantemente criticato le azioni del governo israeliano a Gaza e in Cisgiordania. E fin qui… Ma poi ha “sparato” un po’ troppo nel mucchio, per così dire, colpendo Israele, gli israeliani, il governo italiano e perfino gli ebrei italiani, accusandoli di complicità se non si dissociano dallo “sterminio” ed esortandoli in questi termini: «Amici ebrei dovete assolutamente dissociarvi, perché il silenzio qui diventa complicità». Molti quelli che hanno protestato. Non tanto per difendere le scelte del governo israeliano, quanto per riaffermare l’identità e l’autonomia della comunità ebraica italiana.

A Giuseppe Conte ha risposto bonariamente su Pagine ebraiche 24, Emanuele Calò (studioso di Diritto e già Consigliere dell’Ucei, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), che si è rivolto con ironia e grande rispetto al “collega”, il professor Conte, chiedendogli «se ricorda, chi ha fatto questa dichiarazione: “In nessun modo le mie affermazioni possono essere intese come dirette a trasferire le precise responsabilità del governo Netanyahu sul popolo israeliano o sulle comunità ebraiche”. L’autore di tale dichiarazione è Giuseppe Conte (Il Foglio, 25 settembre 2024)». 

Ma c’è un’altra risposta che mi ha convinto per l’equilibrata presa di posizione. È quella di Noemi Di Segni, presidente dell’Ucei. Così la presentava anni fa Paolo Conti sul Corriere della Sera: «Noemi Di Segni… doppia laurea in Economia e commercio e in Giurisprudenza, una specializzazione in Diritto ed economia della Comunità europea, guida dal luglio 2016 l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, ovvero il complesso, dialettico, articolato mondo israelitico del nostro Paese: 25 mila iscritti. Di fatto, rappresenta tutti gli ebrei italiani di fronte alle istituzioni del nostro Paese». 

Quello che scrive la presidente Di Segni su Pagine ebraiche 24 del 28 marzo scorso è anche una risposta alle esternazioni di Conte, ma va ben oltre. Questo, a mio avviso, uno dei passaggi più interessanti: «Gli ebrei in Italia, così come in tutto il mondo, non sono elettori all’estero dello Stato di Israele. E neppure “amici” o “non amici”. Sono italiani. Siamo italiani. Siamo qui, siamo vivi nonostante persecuzioni di stato, deportazioni e stragi. Nonostante molti dimostranti ci augurino ogni malasorte, siamo ancora qui. Minoranza. Ma cittadini. I nostri valori ebraici sono una componente dell’Italia. Noi non ci dissociamo o associamo a Israele o al governo di Israele. Lo stato ebraico, che è nato anelando alla pace, è parte dell’identità ebraica. Questa è storia millenaria. Non un sentimento nato nel 1948». 

Personalmente (ma non solo io, mi pare di capire) non provo alcuna simpatia: per la politica di Netanyahu o, ancora peggio, per quella di Trump verso Israele; per le ossessive narrative di “eliminazione” dell’odiato “nemico sionista” coltivate in vari modi dalle leadership di Hamas, Hezbollah, Houthi e da alcuni ayatollah iraniani; e per le analoghe convinzioni e azioni antipalestinesi di certi coloni ebrei della Cisgiordania o del partito israeliano di ultradestra Otzma Yehudit (Potere ebraico).

Da inguaribile umanista, confido nella ben più ardua scommessa del dialogo e di una politica del bene comune (et-et) piuttosto che in quella del potere (aut-aut), oggi tornata prepotentemente di moda. Sono un perdente, lo so, ma felice di esserlo e in buona compagnia. Noi perdenti siamo convinti che la storia è un compito da assumere insieme e allo stesso tempo un cammino che ci trascende.

In un altro passaggio della sua presa di posizione, Noemi Di Segni racconta con incisiva precisione il momento che stiamo vivendo: «In Israele le sfide sono terribili e i dilemmi sono moralmente laceranti, ed è proprio per questo che vanno arginati gli schemi di boicottaggio e le demonizzazioni. E per fortuna il pensiero degli ebrei italiani non è monolitico. Come di opinioni ce ne sono diverse in Israele, ce ne sono diverse in Italia, ma pure in questa molteplicità di opinioni noi non ci prestiamo a offrire un assist a chi disconosce Israele o legittima il terrorismo. Il nostro dovere è difendere Israele dalle distorsioni dilaganti e da chi mina le fondamenta democratiche dell’Italia. E ci opponiamo a chi sogna la radicalizzazione anche dell’Europa. Le comunità ebraiche italiane sono da sempre impegnate a favore della convivenza e non solo del dialogo con le altre minoranze».

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