I film dell’esilio
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Dimentichiamo l’Ulisse dei film e delle fiction. Il lavoro di Uberto Pasolini, raffinatissimo nella fotografia di rocce antri mari e volti, di selvagge solitudini e di onde pericolose, è altra cosa. Odisseo arriva nudo e stremato tra il mare urlante in una terra ispida che sembra un paradiso della natura, dominata da una fortezza di sassi e di pietra dove stanno accampati i Proci e lei, Penelope (Juliette Binoche), severa e dolente li inganna, mentre il giovane Telemaco cerca la sua vita.
Il naufrago trova rifugio tra i pastori, Eumeo (Claudio Santamaria), lo ospita e lo riconosce anche se Odisseo è sfinito, pessimista, il corpo e l’anima distrutto: «Per me la vita è solo guerra», racconta, ormai invecchiato dentro. Gli muore pure il padre, impazzito di dolore, e lo visita nel sepolcro nella roccia, vede il figlio ma non si “incontrano” davvero.
Il film si snoda attraverso momenti rapidi, notturni interni dove Penelope disfa la tela, fuga dai Proci tra le foreste, dialoghi scarni e riflessivi di un uomo che non ha più la forza di vivere e non è tornato prima perché si vergognava di essere cambiato in un guerriero violento, deciso a fuggire e ora tornato solo, senza compagni, nella sua isola desolata come da una guerra continua e sotterranea che Penelope si ostina a chiamare “pace”. I riferimenti all’attualità sono evidenti, come la fatica ad avere speranza. Tutto si compie quando Odisseo ridiventa il guerriero feroce che uccide tutti, anche Antinoo che non è il giovane irridente di altre versioni, ma un innamorato della regina, deciso a vivere ad Itaca con lei o a morire, come succede quando Telemaco lo uccide. Poi il figlio parte, gli sposi si riconciliano, Odisseo chiede perdono e forse inizia con lei una vita «dove ricorderemo insieme il passato».
Girato di giorno in luoghi bellissimi, di notte con autentiche scene caravaggesche – c’è pure un giovane Battista del pittore tra i Proci -, di interni al lume di lampada ad olio, il film è il racconto di un esiliato nel corpo e nell’anima che riprende a vivere dopo la violenza. Perché Itaca è violenta ora, come il mondo di oggi e allora è necessario liberarsene: tutti qui sono in qualche modo esiliati dall’amore e dall’armonia. Resta il mare come sogno di speranza e il ritrovarsi pur diversi insieme, come accade a Odisseo – un Ralph Fiennes indimenticabile negli occhi e nel corpo scavato – e a Penelope, una Juliette Binoche di sofferta nobiltà. Da non perdere.
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Ciao Bambino, di Edgardo Pistone, è la miglior opera prima alla Festa di Roma, premio meritato per una storia napoletana ma sciolta, scarna, non edulcorata. Il gruppi di ragazzi del rione che vive di ruberie, nuotate e sogni, ha come personaggio principale un ragazzo diciassettenne chiuso, timido, onesto: Attilio (Marco Adamo). Il padre uscito dal carcere è indebitato, la madre sopporta e lui cresce bisognoso di un amore che non trova. Per pagare i debiti paterni, segue una giovane prostituta nel suo “lavoro” e finisce per innamorarsene. Crescono insieme, scoprono momenti di amore vero, delicato nel bianco-e-nero del film così bello e dolente, storia di due “esiliati” in qualche modo in un mondo attuale, brutale. Il dramma arriva per Attilio quando dovrà scegliere fra la ragazza e il padre, con le dolorose conseguenze.
Fotografato con precisione in una Napoli non da cartolina ma sofferente e “cattiva”, il film è recitato con una passione evidente e lascia il segno di una cronaca reale di sogni, speranze che lottano per realizzarsi in mezzo al mondo degli adulti che di fatto “esiliano” i giovani, ma Attilio non si arrende, perché è libero dentro grazie all’amore e disposto a pagare di persona. Molto coinvolgente.