Ilaria e Sara uccise da uomini che dicevano di amarle: ancora femminicidi a Roma e Messina

Due ragazze poco più che ventenni sono state uccise con estrema violenza a Roma, dall'ex fidanzato, e a Messina, da uno spasimante respinto. Per i giovani emerge la necessità di imparare a gestire pulsioni ed emozioni
Da sinistra Ettore Pagnano, comandante compagnia Messina Sud, Lucio Arcidiacono, comandante del Comando provinciale dei Carabinieri di Messina, Antonio DÕAmato, procuratore capo di Messina, durante la conferenza stampa tenuta al Tribunale di Messina per il femminicidio di Sara Campanella, Messina, 01 aprile 2025. ANSA/CARMELO IMBESI

Si chiamava Sara Campanella, aveva 21 anni, ed era originaria della provincia di Palermo. Studiava Scienze infermieristiche, ma la sua vita e i suoi sogni sono stati spezzati da Stefano Argentino, 27 anni, suo collega universitario originario di Noto (Siracusa), che l’ha uccisa per un amore non ricambiato, in viale Gazzi, a Messina, davanti a numerosi passanti. La loro testimonianza è stata essenziale per identificare l’assassino.

La vita di Sara è stata spezzata in un modo brutale. Senza un vero perché. Per l’incapacità di Argentino di accettare un rifiuto, per una possessività assurda in una personalità immatura.

La decisione, o forse l’impulso di uccidere sono forse un gesto di rabbia e di impotenza, dettato dalla collera, dall’incapacità di gestire le proprie emozioni. Da un desiderio possessivo e malato, che porta a gesti inconsulti e senza uno scopo. Si uccide l’oggetto dei propri desideri solo per sfogare i propri istinti, non perché quell’azione possa produrre dei risultati concreti. Sono soggetti deboli, estremamente deboli, alcuni dei giovani che la società di oggi ci consegna. Sono giovani la cui collocazione nella società diventa oltremodo problematica.

Argentino è uno studente fuoricorso originario di Noto. Nella città del “barocco siciliano” la famiglia gestisce un B&B. Lì Stefano è stato ritrovato, dopo una fuga di 200 chilometri, lungo le strade della dorsale tirrenica. Forse progettava di fuggire, ma senza preoccuparsi di cercare un nascondiglio vero. Una fuga dalle proprie responsabilità e le conseguenze dei propri comportamenti piuttosto che frutto di un vero e proprio piano.

Quando è stato fermato dalle forze dell’ordine, Stefano aveva in tasca il coltello con cui aveva colpito Sara, alla scapola e al collo, facendola poi morire dissanguata. Aveva premeditato ? È probabile. Ma le cronache ci consegnano sempre più spesso storie di giovani che girano armati, che tengono in tasca un coltello. Perché? Perché tenere con sé un’arma pronta all’uso, come nelle abitudini dei boss di quartiere?

Un altro dato emerge. L’ossessività, la pervicacia dell’assassino. Stefano seguiva Sara da due anni, non si era mai rassegnato. Ne aveva fatto l’oggetto dei propri desideri, che continuava a coltivare nonostante dalla ragazza non ci fosse nessuno spiraglio. Una speranza contro ogni speranza. Una speranza illogica e frutto di una personalità incerta e controversa. Stefano ha ceduto alla rabbia per l’incapacità di raggiungere l’oggetto dei suoi desideri.

Sara lo sopportava da due anni. Non lo aveva mai denunciato. L’ultimo messaggio inviato via WhatsApp alle amiche, mentre usciva dall’Università poco prima di essere uccisa, diceva: “Dove siete? Il malato mi segue”. Sara aveva compreso che qualcosa non andava in una personalità controversa e disturbata. Troppo spesso tra le pieghe della personalità di giovani solo apparentemente “normali” si nascondono istinti pericolosi, che possono portarli a vivere in modo “deviato” la propria affettività, anche nel caso in cui le loro attenzioni fossero ricambiate.

Ci si chiede quanto possano influire usi e costumi della società contemporanea in personalità deboli e malate. Ci si domanda, in particolare, se la visione di materiale pornografico, o persino l’uso eccessivo delle immagini erotiche nella nostra quotidianità abbiano un nesso con la violenza contro le donne. Molti studi ritengono di si. L’uomo, debole e incapace di esprimere i propri sentimenti e di controllare le proprie pulsioni, spesso si rifugia anche nella pornografia, in una fruizione solitaria e a senso unico di immagini e materiale erotico. Anche se l’erotismo è cosa diversa dalla pornografia, il confine diventa labile nel momento in cui soggetti deboli e non formati si approcciano ad esso. Un video o un’immagine ammiccante e sensuale può condurre ad esprimere i propri desideri in maniera violenta, o a sfociare in comportamenti violenti qualora l’oggetto dei desideri diventi irraggiungibile.

L’immagine della donna come oggetto dei desideri viene utilizzata, in modo ammiccante, in molte immagini pubblicitarie, in molte produzioni cinematografiche, nelle trasmissioni sportive o negli spettacoli musicali. È una mercificazione che “paga”, in termini pubblicitari, che cattura l’attenzione e fa audience. Concetti che sono la “Bibbia” di chi fa televisione o si occupa di marketing. Anche nella normalità della vita sociale e fuori da ogni sorta di devianze, si coltiva l’immagine di un “femminile” da conquistare e da possedere. E si “sdogana” una subcultura che si muove e cammina su un crinale difficile e pericoloso. Quando poi la personalità di un soggetto è debole o malata, il passo verso la devianza è breve. E spesso purtroppo non dà segnali di pericolo. Anche su questo bisognerebbe interrogarsi. E capire un po’ di più quali modelli valoriali la nostra e le generazioni che ci hanno preceduto hanno consegnato ai giovani.

Sara come Ilaria Sula, la studentessa di 22 anni di origine albanese che sarebbe stata uccisa a coltellate , secondo gli investigatori, dal suo ex fidanzato Mark Antony Samson, 23 anni. Il giovane, di origini filippine, definito “un bravo ragazzo sorridente e gentile”, dopo aver ammazzato Ilaria, avrebbe poi chiuso il corpo in una valigia e l’avrebbe gettato in un dirupo nelle campagne dei Monti Prenestini. Poi ha persino utilizzato il suo cellulare per rispondere ai messaggi, come se lei fosse ancora viva.

Ora anche lui è in carcere. Mark Antony come Stefano. Destinati a trascorrere tutta la vita in carcare dopo aver ammazzato una donna. Senza un perché razionale. Solo per inseguire un sogno, una chimera, per seguire un impulso malato e immaturo. È accaduto a Roma e a Messina, è accaduto tante, troppe volte, in molte città italiane.

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