Leonard Cohen, voci dal profondo
08-03-2012 di Franz Coriascofonte: Città Nuova
L’ultima prodezza del gran maestro della poetica rock è, manco a dirlo, un capolavoro.
Una voce che pare salire dalle profondità della terra; cupa come i gemiti del vento in una foresta gelata, ma capace di riscaldare come un ceppo in un caminetto. Una voce che pare germogliare dalle sofferenze, sue e dell’umanità che gli sta intorno; più roca del solito, al punto da assomigliare a quella di un Tom Waits meno sbronzo, ma trapuntata da cori e controcanti angelici.
L’ultima prodezza del gran maestro della poetica rock (pur essendo da questa lontano più della luna) è, manco a dirlo, un capolavoro.
Bagliori e tenebre, ghiaccio e fiamme che avvolgono il cadenzare languido e arcano del blues acustico. Arrangiamenti minimali, essenziali, scarnificati. Canzoni seppiate, a tratti in sembianza di filastrocca o di ninnananna, altrove di ballata lentissima. Dove un’armonica o un violoncello, un pianoforte o una chitarra acustica bastano a guidare le danze e a regalare brividi.
Gli anni (77 compiuti a settembre) gli hanno regalato saggezza, pacatezza e un’invidiabile capacità di sintesi, che nel mestiere suo altro non è che saper comprimere le emozioni in suoni e parole ridotte all’osso. Ma in questo mirabile Old Ideas c’è anche tutta l’inquietudine di un uomo che sprofonda ogni giorno di più nel suo tramonto. E se c’è un miracolo tipico del dolore è che in esso è l’oscurità a risplendere. E queste canzoni sembrano fatte apposta per dimostrarlo, tant’è che è davvero difficile ascoltare perle come le struggenti Come healing, o Lullaby, o la conclusiva Show me the place, senza sentir salire un groppo in gola.
Dieci brani, uno più bello e commovente dell’altro, per raccontare l’eterna essenza e i noccioli duri della “condizione umana”, e tutte le zavorre che così spesso rendono il nostro procedere un calvario desolante; ma, e sono parole sue, «se proprio bisogna esprimere la grande inevitabile sconfitta che attende ognuno di noi, bisogna farlo rimanendo almeno entro gli stretti confini della dignità e della bellezza». Là dove la malinconia s’incrocia con un’inesausta speranza di riscatto e la disperazione non esclude un’ansia di redenzione; là dove i sospiri non sono che il sofferto respiro di un artista mai come oggi così necessario e, paradossalmente, consolante.
L’ultima prodezza del gran maestro della poetica rock (pur essendo da questa lontano più della luna) è, manco a dirlo, un capolavoro.
Bagliori e tenebre, ghiaccio e fiamme che avvolgono il cadenzare languido e arcano del blues acustico. Arrangiamenti minimali, essenziali, scarnificati. Canzoni seppiate, a tratti in sembianza di filastrocca o di ninnananna, altrove di ballata lentissima. Dove un’armonica o un violoncello, un pianoforte o una chitarra acustica bastano a guidare le danze e a regalare brividi.
Gli anni (77 compiuti a settembre) gli hanno regalato saggezza, pacatezza e un’invidiabile capacità di sintesi, che nel mestiere suo altro non è che saper comprimere le emozioni in suoni e parole ridotte all’osso. Ma in questo mirabile Old Ideas c’è anche tutta l’inquietudine di un uomo che sprofonda ogni giorno di più nel suo tramonto. E se c’è un miracolo tipico del dolore è che in esso è l’oscurità a risplendere. E queste canzoni sembrano fatte apposta per dimostrarlo, tant’è che è davvero difficile ascoltare perle come le struggenti Come healing, o Lullaby, o la conclusiva Show me the place, senza sentir salire un groppo in gola.
Dieci brani, uno più bello e commovente dell’altro, per raccontare l’eterna essenza e i noccioli duri della “condizione umana”, e tutte le zavorre che così spesso rendono il nostro procedere un calvario desolante; ma, e sono parole sue, «se proprio bisogna esprimere la grande inevitabile sconfitta che attende ognuno di noi, bisogna farlo rimanendo almeno entro gli stretti confini della dignità e della bellezza». Là dove la malinconia s’incrocia con un’inesausta speranza di riscatto e la disperazione non esclude un’ansia di redenzione; là dove i sospiri non sono che il sofferto respiro di un artista mai come oggi così necessario e, paradossalmente, consolante.
- Numero: 05/2012 Citta' Nuova Rivista
- Canale: Arte Spettacolo
- Sezione: Arte e spettacolo
- Argomento: Musica leggera
- Parole Chiave: Leonard Cohen


